Il paradosso della scelta

Il modo per massimizzare la libertà è massimizzare la scelta. Ma siamo così sicuri che la varietà di scelta sia sempre un bene per il benessere individuale?

Il dogma ufficiale di tutte le società industriali occidentali recita: “Se vogliamo massimizzare il benessere dei nostri cittadini dobbiamo massimizzare la libertà individuale”. Il motivo sta da un lato nel fatto che la libertà è in se stessa un valore: è preziosa, utile ed essenziale per l’essere umano. Dall’altro sta nel fatto che se siamo liberi, ognuno di noi può agire per conto proprio, allo scopo di fare tutto ciò che massimizza il nostro benessere, senza che nessuno decida al posto nostro. Il modo per massimizzare la libertà è massimizzare la scelta. Più scelte le persone hanno, più sono libere ; maggiore è la loro libertà, maggiore sarà il loro benessere. Questo paradigma lascia poco spazio all’interdipendenza o al riconoscimento della fallibilità dell’individuo. Impone che tutti trattino la scelta come un atto privato e affermativo della persona ed è così profondamente radicato nella società e nelle nostre vite, che nessuno si sognerebbe mai di metterlo in dubbio.

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Ma siamo così sicuri che la varietà di scelta sia sempre un bene per il benessere individuale?
Per capire questo presupposto ci spostiamo con la dottoressa Sheena nei paesi dell’ex blocco sovietico, dove ha intervistato persone che avevano affrontato la sfida della transizione da una società comunista ad una capitalista e la cosa più interessante non arrivò dall’esperimento, bensì da un semplice gesto di ospitalità americana; quando i volontari arrivavano per l’intervista, la dottoressa offriva loro una serie di cose da bere: Coca cola, diet cola, Sprite, Dr. Pepper, Pepsi, pepsi light, mountain dew. Durante le prime interviste avvenute in Russia i partecipanti rispondevano che non importava, in realtà era una scelta sola: si trattava sempre di bibite gassate. La dottoressa rimase particolarmente colpita da queste risposte, tant’è che a quel punto cominciò ad offrire acqua, succo e sette bibite, allora loro le percepivano come tre scelte possibili anziché nove. Quando si chiedeva loro cosa provavano davanti a questa scelta, che fino ad allora non avevano avuto, alcuni rispondevano paura, altri che era troppo e non era affatto necessario, che non gli serviva tutto ciò che era disponibile, che 2 o 3 tipologie di chewing gum gli bastavano, non avevano bisogno di 30 tipologie diverse.
Sebbene la scelta sia una prerogativa naturale dell’essere umano, non tutti vediamo la scelta negli stessi luoghi e con la medesima intensità: il valore della scelta dipende dalla nostra abilità nel percepire le differenze tra le opzioni. Noi ci alleniamo da tutta la vita, cominciamo a partire da un’età così giovane da non capire come altri non possano percepire la differenza evidente che c’è tra Coca e Sprite; ma per i partecipanti all’esperimento, tutti provenienti dal contesto culturale est-europeo, la disponibilità improvvisa di tutti quei prodotti di consumo è stato un diluvio: vennero inondati di scelte prima ancora che potessero protestare, perchè non sapevano nuotare e non erano pronti per questo mare di scelta.

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Da qualsiasi parte guardiamo, cose piccole e grandi, oggetti e stili di vita, si tratta di una questione di scelte. La continua occorrenza della scelta ha due conseguenze negative: in primo luogo, paradossalmente essa produce paralisi anziché liberazione. Con tante opzioni fra le quali scegliere, diventa molto difficile farlo. Quando aumentano le scelte possibili, aumenta la difficoltà nello scegliere e allora spesso la decisione viene rimandata a domani, e ancora a domani, e naturalmente quel domani non arriva mai. In secondo luogo, anche se riusciamo a superare la paralisi e a compiere una scelta, alla fine siamo meno soddisfatti dal risultato, di come saremmo stati con meno scelte a nostra disposizione. E questo per diverse ragioni: innanzitutto perché con una così incredibile varietà di scelte possibili, se fate una scelta e non è perfetta, è facile pensare che avreste potuto fare una scelta diversa e che questa sarebbe stata migliore; l’alternativa immaginata induce a rammaricarsi della scelta, e il rimpianto diminuisce la soddisfazione ricavata dalla decisione presa, anche quando fosse una decisione eccellente. Più scelte ci sono, più è facile dispiacersi di qualunque dettaglio dell’opzione scelta che si ritiene insoddisfacente. Tutto questo genera ciò che gli economisti chiamano costo-opportunità. Qui a lato nell’immagine una spiegazione becera del termine costo-opportunità: quando scegliamo di fare qualcosa, scegliamo di non farne altre. Le cose che non scegliamo nascondono un’attrattiva particolare, che può rendere meno interessante ciò che stiamo facendo. Un altro spunto interessante è che questo fenomeno causa una spirale crescente delle aspettative. Ad esempio, una volta esisteva solo un tipo di jeans: scomodo rigido, e cominciava ad andare bene solo dopo centinaia di lavaggi, ma era stupendo. Ora, se entri in un negozio di jeans puoi scegliere tra slim fit, easy fit, relaxed fit, comfort fit, slim comfort fit; puoi scegliere tra la cerniera e i bottoni, tra lo stonewashed e l’acidwashed; li puoi prendere strappati o interi, li trovi stretti o larghi al fondo e di un’incredibile varietà cromatica. Quindi pensiamo che uno perfetto ci dovrà pur essere. Con tutta quella scelta avrai sicuramente preso il meglio, eppure ti sentirai peggio. Perchè? Perchè con tutta quella scelta le tue aspettative erano altissime e i jeans dovevano essere maledettamente perfetti. Quello che acquisterete sarà ottimo, ma non perfetto come era raffigurato nella vostra mente. Così quando le persone prendono le decisioni, anche se il risultato è valido, si sentono insoddisfatte e danno la colpa a loro stesse.

Ma che fine ha fatto il dogma ufficiale?

Non c’è dubbio che avere un pò di scelta sia meglio che non averne affatto, ma da questo non deriva che molta scelta sia meglio di un pò. C’è un valore critico cui le scelte migliorano la nostra vita, non si sa quale sia precisamente per ogni cosa, ma direi che lo abbiamo superato da un bel pezzo.
Dal punto di vista politico, ciò che permette queste scelte nelle società industriali è la ricchezza materiale. Ci sono molti posti nel mondo, in cui il problema non è la troppa scelta, ma che non ve ne è affatto; quindi stiamo parlando di un malessere esclusivo delle moderne e ricche società occidentali: se un pò di quello che nelle nostre società permette tanta scelta, fosse riservato in quelle dove la gente non ne ha, non sarebbe solo la loro vita a migliorare, ma anche la nostra! Una redistribuzione del reddito fa bene a tutti, non solo ai più poveri.

E allora, almeno una volta, potremmo fare la scelta giusta e decidere di diminuire il numero delle nostre scelte; creare una scelta a chi non ne ha e migliorare la qualità della vita di tutto il mondo, generando ciò che gli economisti definiscono un miglioramento paretiano.

Edoardo Procacci
Fondatore e CEO de La Scuola Delle Idee

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