Il problema è sapere

Spesso una dissonanza importante tra la consapevolezza del proprio livello di competenza e il livello effettivo della stessa

“Per favore, cittadini ateniesi, non interrompetemi, anche se quanto dico vi apparirà presuntuoso, perché il discorso che vi riferirò non è mio, ma di qualcuno ai vostri occhi più degno. Sulla mia sapienza – se di un qualche genere di sapienza si tratta – presenterò come testimone il dio di Delfi. Avete avuto modo di conoscere Cherefonte. [21a] Fu mio compagno fin da giovane, e fu compagno vostro – del popolo – e condivise con voi l’esilio e il ritorno. Sapete dunque com’era Cherefonte, così impulsivo in tutto quello cui metteva mano. Bene, una volta si recò a Delfi e si permise di interrogare l’oracolo su questo – non schiamazzate su ciò che dico, cittadini – perché gli chiese se ci fosse qualcuno più sapiente di me. E la Pizia rispose che nessuno era più sapiente. Di questo vi darà testimonianza suo fratello, dal momento che Cherefonte è morto. VI. [21b] E considerate perché vi dico questo: sto per spiegarvi da dove è nata la calunnia contro di me. Io infatti, udito il responso dell’oracolo, feci questa riflessione: “Che cosa vuol dire il dio? Che cosa nasconde il suo parlare enigmatico? Sono consapevole di non essere affatto sapiente: che cosa intende, allora, dichiarando che sono il più sapiente? Egli certo non mente, perché non può.” Rimasi per molto tempo in dubbio su quanto detto dal dio. Poi, con riluttanza, mi volsi a una ricerca di questo genere: mi recai da qualcuno di quelli ritenuti sapienti, per [21c] confutare l’oracolo e dimostrargli proprio lì “Questo è più sapiente di me, mentre tu dicevi che il più sapiente ero io.” Esaminandolo con cura e discutendo con lui – non occorre far nomi, ma colui dal quale ebbi questa impressione, cittadini ateniesi, era un uomo politico – mi sembrò che quest’uomo apparisse sapiente a molti altri e soprattutto a se stesso, ma non lo fosse. Perciò cercai di dimostrargli che si riteneva sapiente, ma non lo era. [21d] E così diventai odioso a lui e a molti dei presenti. Ma, andandomene, pensai fra me e me: “Sono più sapiente di questa persona: forse nessuno dei due sa nulla di buono, ma lui pensa di sapere qualcosa senza sapere nulla, mentre io non credo di sapere anche se non so. Almeno per questo piccolo particolare, comunque sia, sembro più sapiente di lui: non credo di sapere quello che non so.” Mi recai poi da un altro di quelli che passavano per sapienti e [21e] ne ebbi la stessa impressione, e divenni odioso a lui e a molti altri. VII. E continuai ad andare dall’uno all’altro: mi rendevo conto, con amarezza e timore, di essere odioso, ma mi sembrava necessario trattare ciò che concerne il dio come cosa della massima importanza. Per questo era doveroso recarsi, per esaminare il senso dell’oracolo, proprio da tutti [22a] quelli che sembravano sapienti. E per il cane, Ateniesi, – bisogna che vi dica la verità – la mia esperienza fu davvero questa: a me, che indagavo per il dio, coloro che godevano di una migliore reputazione sembrarono quasi i più carenti, mentre quelli che passavano per inferiori risultarono uomini più dotati di discernimento. Occorre, allora, che vi esponga la mia peregrinazione, cioè la storia delle fatiche che ho affrontato per corroborare l’oracolo. Dopo essere stato dai politici, mi rivolsi ai poeti, ai compositori di tragedie, [22b] di ditirambi e di altri generi, per cogliermi sul fatto come più ignorante di loro. E prendendo in mano i lavori che mi sembravano meglio composti, andavo chiedendo ai loro autori che cosa volessero dire, anche per imparare qualcosa. Cittadini, mi vergogno a dirvi la verità, ma lo si deve pur fare: sulle loro composizioni quasi tutti i presenti ragionavano meglio di loro. Così, di nuovo, mi resi subito conto che i poeti non fanno ciò che fanno per sapienza, [22c] ma per una qualche disposizione naturale (physei) e come divinamente ispirati (enthousiazontes), alla maniera dei profeti e dei veggenti: anch’essi, infatti, dicono molte cose belle, ma non sanno nulla di ciò che dicono. Anche i poeti – mi divenne chiaro – sono soggetti a una esperienza simile; nello stesso tempo mi accorsi che essi pensavano, per la loro poesia, di essere i più sapienti degli uomini anche sul resto, ove non lo erano. Così me ne andai anche da là ritenendomi superiore a loro proprio come lo ero nei confronti degli uomini politici. VIII. Per finire, andai dagli artigiani (cheirotechnes): [22d] io stesso, infatti, ero consapevole di non sapere quasi nulla, ma avevo avuto modo di apprendere che li avrei trovati esperti in molte cose belle. E in questo non mi ero ingannato, perché essi sapevano cose che io non sapevo e così erano più sapienti di me. Tuttavia, cittadini ateniesi, mi sembrò che anche gli artigiani bravi incorressero nello stesso errore dei poeti: ciascuno di loro, dal momento che lavorava bene nell’ambito della sua arte (techne), si stimava molto esperto anche in altre importantissime questioni e questa stonatura tendeva a nascondere la loro sapienza. [22e] Allora interrogai me stesso, per conto dell’oracolo, chiedendomi se preferissi essere come sono io, né sapiente alla loro maniera, né ignorante al loro modo, oppure come sono loro. E risposi a me stesso e all’oracolo che mi andava bene essere come sono. IX. Da questa indagine, cittadini ateniesi, [23a] mi sono derivate molte inimicizie, tanto aspre e violente da dare origine a numerose calunnie e alla mia fama di sapiente. Infatti i presenti pensano ogni volta che io sia esperto di quello su cui ho confutato un altro. Ma potrebbe darsi, cittadini, che il dio sia effettivamente sapiente e che in questo oracolo voglia dire che la sapienza umana vale poco o nulla; è evidente che questi menziona Socrate e [23b] ha dato il suo responso col mio nome, prendendo me come esempio, come per dire: “Uomini, il più sapiente fra voi è chi, come Socrate, ha riconosciuto che in verità non è di nessun valore, per quanto concerne la sapienza.” In ogni caso, anche ora, andandomene in giro, cerco ed esamino secondo l’ordine del dio chiunque, cittadino o forestiero, io creda sapiente; e ogni volta che non mi appare tale, vengo in aiuto al dio e dimostro che non lo è. E a causa di questa occupazione non ho avuto tempo di fare nulla di notevole né negli affari della città, né in quelli di casa, ma, [23c] per il servizio al dio, sono infinitamente povero.”

Dall’”apologia di socrate” Platone

In poche parole l’oracolo di Delfi incorona Socrate come l’uomo più sapiente, in quanto consapevole di non sapere. L’umiltà intellettuale in questo senso è sorella della curiosità intellettuale, perché muove alla ricerca di tutta quella conoscenza che non si ha, senza porre dei limiti, ma regalando nuove opportunità di crescita. Questo tema è più che mai attuale in un mondo in cui l’opulenza d’informazioni (veritiere e non) ci vengono riversate addosso sui social. Una cotanta massa di apparenti conoscenze suscita nelle nuove generazioni la tracotanza di sapere già tutto ciò che è loro necessario per essere dei moderni uomini di mondo e limitando le enormi potenzialità di crescita che hanno in una tuttologia qualunquista disarmante.

Quanto pensi di essere bravo a giocare a ping pong? Quanto credi di essere bravo a vendere? Quanto consideri di saperne di allenamento di calcio? Quanto ti consideri bravo a leggere le emozioni e capire le persone?

Il problema alla base di tutto è che c’è spesso una dissonanza importante tra la consapevolezza del proprio livello di competenza e il livello effettivo della stessa, che abbiamo realmente in un determinato ambito. Questo fenomeno è stato studiato in modo dettagliato e prende il nome di Dunning Kruger effect. La cosa incredibile è che lo studio del 1999 rivela che le persone con i più bassi livelli di competenza in un determinato ambito tendono a commettere l’errore di sopravvalutarsi considerandosi decisamente sopra la media, mentre le persone con un altissimo livello di competenza cadono nell’errore di credere che anche le altre persone condividano lo stesso livello di competenza e quindi non sono consapevoli dell’inusualità delle loro abilità.

Conoscenza e sapere

Non credo di aver bisogno di farvi notare quanto questo effetto Dunning Kruger sia dannoso sul lavoro, a scuola o nella vita, perché ci mette nella condizione di incapacità di riconoscere la nostra stessa incapacità e quindi non ci rendiamo conto di sbagliare neanche dopo aver sbattuto la testa contro un muro.

Le due cose che possiamo per fare per evitare di cadere nella trappola dell’effetto Dunning Kruger sono:

  1. Circondarci di persone capaci e competenti e accettare i feedback anche se dolorosi.
  2. Tendere a sviluppare sempre più conoscenze e non perdere mai la voglia di imparare cose nuove.

Ciò che già Socrate provava a insegnarci, è che la sapienza sta nella curiosità più che nella conoscenza, perchè non ne limita la quantità. Questo non vuol dire che se qualcosa ci suscita curiosità non deve essere approfondita, ma che è necessario avere curiosità in più ambiti possibili per poter approfondire il maggior numero possibile di temi.

Che tu voglia fare l’operaio, il chirurgo o l’astronauta, non puoi escludere la cultura totalmente dalla tua vita, perché la cultura è civiltà. Non possiamo immaginare che su ogni materia sia necessario reimparare tutto da capo ad ogni generazione, servendosi solo ed esclusivamente di un metodo induttivo; altrimenti i miei figli rimarrebbero fermi alla scoperta del fuoco e all’invenzione della ruota e questo impedirebbe qualsiasi tipo di progresso tecnologico ed etico. Il metodo induttivo e l’esperienzialità possono accendere la curiosità di ognuno di noi, ma è solo l’apprendimento nozionistico che ci darà quella tridimensionalità necessaria a dare il nostro contributo al mondo.

Come ha detto Peter Drucker, “la cultura si mangia la strategia a colazione

Edoardo Procacci

Fondatore e CEO de La Scuola Delle Idee

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