Ognuno di noi è una moltitudine

Non si può decidere di comportarsi come una moltitudine, semplicemente ci si comporta come tale.

In una democrazia i partiti hanno opinioni diverse riguardo alle stesse questioni e si danno battaglia per indirizzare nell’una o nell’altra direzione la nave dello stato. Così come la democrazia, il cervello è fatto di molteplici esperti che, sovrapponendo la propria influenza, si misurano su diverse scelte.

Il cervello umano e il dramma hanno una caratteristica in comune con la politica: si basano sul conflitto.

Come diceva Walt Whitman, siamo vasti e conteniamo moltitudini, e quelle moltitudini sono impegnate in una lotta continua. Questo ci dà un segnale che sarà davvero difficile da riprodurre in una qualche forma di intelligenza artificiale: siamo in grado di compiere l’incredibile impresa di litigare con noi stessi, insultarci e motivarci per muoverci a compiere una certa azione.

Quando ci viene offerta una fetta di torta al cioccolato, ci troviamo davanti ad un dilemma: alcune parti del cervello si sono evolute appositamente per bramare quella ricca fonte energetica di zucchero, mentre altre ne temono le conseguenze negative, quali i danni al cuore o l’ingrossamento delle maniglie dell’amore. Metà di noi vuole il dolce e l’altra metà cerca di trovare la forza d’animo per rinunciarvi. Il voto finale del parlamento determina quale partito controllerà la nostra azione, vale a dire se allungheremo la mano o no. Alla fine o mangiamo la torta o non la mangiamo, non possiamo fare entrambe le cose, ma dobbiamo prendere una decisione.

Tutte le creature biologiche sono in conflitto per natura. Se concepire un’apparecchiatura divisa internamente ti pare strano, pensa che costruiamo già macchine sociali divise internamente: basti pensare alla giuria di un aula di tribunale, o ad Abramo Lincoln che incluse nel suo gabinetto presidenziale i due rivali: William Seward e Salmon Chase, scegliendosi una squadra di rivali con l’intento che i rivali si trasformassero in alleati in nome di un bene più grande. Per le sottopopolazioni neurali, l’interesse comune è la sopravvivenza e il benessere dell’organismo.

Psicologi ed economisti fanno spesso riferimento a un processo duale o bisistemico. Secondo questa visione il cervello contiene due distinti sistemi: uno veloce, intuitivo, euristico, olistico, reattivo e impulsivo e l’altro cognitivo, sistematico, esplicito, analitico, riflessivo e basato su regole specifiche. Uno dei più affascinanti esempi di sistemi in competizione è sicuramente quello dei due emisferi del cervello, il sinistro e il destro, ciò nonostante non c’è un vero motivo per presumere che vi siano solo due sistemi; in realtà potrebbero essercene parecchi, potrebbe trattarsi di diversi sottosistemi in competizione l’uno con l’altro; le rivalità interne al cervello sono molto più numerose, e molto più sottili: il cervello brulica di sottosistemi più piccoli, con funzioni che si sovrappongono e compiti che coincidono, e la robustezza di questo sitema è data proprio dal fatto di essere multipartitico e paradossalmente in continuo conflitto con se stesso e la sua plurità in quanto singola entità.

Per semplificare il tutto parleremo di un processo duale con un sistema razionale e un sistema emozionale: possiamo risolvere un problema matematico senza consultare il nostro stato interno, ma non possiamo ordinare un dessert o decidere cosa ci va di fare in questo momento senza interpellarlo. Le nostre reti emozionali sono fondamentali tanto quelle razionali per valutare le nostre prossime azioni nel mondo. Se fossimo dei robot, entrando in una stanza potremmo analizzare la stanza e gli oggetti intorno a noi, ma sarebbe per noi impossibile decidere quale azione compiere.

Per il cervello l’equilibrio è rappresentato dalla collaborazione tra rivali interni. Platone era un fine neuroscienziato, infatti nel Fedro, parla della saggezza attraverso la metafora della biga guidata da un auriga e tirata da due impetuosi cavalli, quello bianco della ragione e quello nero della passione. Il bianco cerca sempre di portarci da una parte della strada e quello nero dall’altra e il nostro compito, in qualità di auriga, è quello di mantenere saldamente le redini, in maniera da conservare il controllo di entrambi i cavalli e procedere al centro della strada della nostra vita con un giusto equilibrio tra razionalità ed emozionalità.

Certe volte penso che abbiamo fatto davvero poco in una manciata di migliaia di anni: infatti, ritornando al mondo ellenico, Odisseo ha un’altra cosa interessantissima e attualissima da insegnarci. Dopo la guerra Ulisse stava compiendo il lungo viaggio di ritorno verso l’isola natia, quando si rese conto che gli veniva offerta un’opportunità rara. La sua nave sarebbe passata davanti agli isolotti delle belle sirene, i cui canti e melodie erano così irresistibili da annientare la mente umana e annebbiare la sua capacità decisionale. In genere i marinai, udito il loro canto, volgevano il timone verso le ingannevoli fanciulle e finivano per distruggere le navi contro gli scogli aguzzi, annegando in massa.

Ulisse allora, famoso per la sua astuzia, escogitò un piano. Sapeva che quando avesse udito la musica delle sirene, come qualsiasi altro mortale, non avrebbe reistito, così mise in atto un’idea che gli avrebbe permesso di affrontare il suo sè futuro: non l’Ulisse razionale del presente, ma l’Ulisse emozionale impazzito del futuro. Disse ai suoi uomini di legarlo molto stretto all’albero maestro della nave, in maniera che non si potesse muovere quando la musica avesse raggiunto la prua. Poi ordinò loro di riempirsi le orecchie di cera d’api, così da non essere sedotti dalle voci delle sirene e da non udire nemmeno i suoi comandi quando, uscito di senno, avesse chiesto loro di slegarlo. Li ammonì di non rispondere per nessun motivo alle sue suppliche e non liberarlo finchè la nave non avesse superato gli scogli delle sirene. Immaginava che avebbe gridato, urlato, imprecato, cercato di costringere gli uomini a dirigere le navi verso le incantatrici; sapeva che il futuro Ulisse non sarebbe stato in grado di prendere buone decisioni. Perciò l’Ulisse razionale ed equilibrato organizzò le cose in modo da impedire all’Ulisse dissennato di fare qualcosa di stupido. Fu un patto tra l’Ulisse presente e l’Ulisse futuro.

Omero spiega attraverso una favola la metaconoscenza riguardo l’interazione tra fazioni di breve termine e fazioni di lungo termine. Questa storia ci insegna che la mente di un dato punto temporale è in grado di negoziare con la mente di un altro dato punto temporale.

Immagina dunque che quando ti viene offerta la torta al cioccolato, quando una parte del tuo cervello brama il glucosio e l’altra vorrebbe seguire la dieta, semplicemente la prima sta considerando i guadagni a breve termine e la seconda quelle a lungo termine. Nella lotta vince la parte emozionale, ma a una condizione: che domani andrai in palestra.

Chi sta negoziando con chi? Le due parti del contratto non sono entrambe firmate da te stesso?

Le decisioni libere che ci vincolano a un impegno futuro vengono chiamate in psicologia “contratti di Ulisse” e le persone ne stipulano continuamente, e vengono impiegati nei contesti dei processi decisionali più svariati, come ad esempio quelli di tipo medico: quando una persona in buona salute dichiara la volontà che i medici stacchino la spina se un giorno finisse in coma, stipula un contratto con un potenziale sé futuro, anche se è altamente probabile che i suoi due sé (quello sano e quallo malato) siano estremamente diversi e la pensino diversamente.

Lo scontro tra il sistema razionale e quello emozionale viene esemplificato in quello che gli piscologi chiamano il “dilemma del carrello”. Immaginiamo che un carrello fuori controllo stia correndo lungo le rotaie. Cinque operai stanno lavorando sul tragitto ferroviario e ti rendi conto che verranno presto investiti e uccisi dal carrello. In quel momento noti che potresti azionare un cambio direzione, lungo la quale verrebbe ucciso solo un operaio. Che cosa farai? Se sei come la maggior parte delle persone azionerai lo scambio e preferirai far morire solo una persona e salvarne cinque. Ora immagina invece che nella stessa situazione del carrello fuori controllo con i cinque operai lungo il tragitto, stai guardando la scena da un ponticello pedonale sopra la ferrovia e ti rendi conto che ti basterebbe buttare giù dal ponticello un uomo obeso affacciato al ponte, proprio affianco a te per fermare con il suo peso il carrello e salvare i cinque operai. Lo faresti? Lo butteresti giù dal ponticello? Se sei come la maggior parte delle persone, non lo farai e sarai sdegnato da tale proposta. Ma quale differenza c’è? Il succo non cambia: un uomo muore, cinque si salvano.

cuore-cervello

Qual è la differenza tra i due casi?

Tralasciando le riflessioni deontologiche dell’etica kantiana, i due neuroscienziati Joshua Greene e Jonathan Cohen stabiliscono che c’è qualcosa di estremamente emozionale nel contatto fisico con l’obeso, e notarono come la situazione cambi totalmente dando la possibilità invece di far cadere l’obeso con un qualche tipo di meccanismo a distanza, come una botola. Le tecniche di neuroimaging ci mostrano che nello scenario del ponticello pedonale si accendono le aree preposte all’emozione e alla programmazione di un atto, mentre nello scenario del meccanismo da azionare a distanza si attivano solo le aree laterali, in cui è coinvolto il pensiero razionale. Il mezzo ( la leva) in questo caso per raggiungere uno scopo comune, può trasformare Hello Kitty nel Signor Spock con la sua estrema e fredda razionalità.

La cosa interessante è che lottando entrambi i sistemi neurali per il controllo del singolo canale di produzione del comportamento, le emozioni – come abbiamo visto- spesso spostano l’equilibrio del processo decisionale.

Il “cuore” prevale sulla fredda logica nei momenti più critici della vita, le nostre emozioni ci guidano nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili e importanti perché possano essere affidati al solo intelletto: si pensi ai momenti di grande pericolo, alle perdite dolorose, alla capacità di perseverare nei propri obiettivi nonostante le frustrazioni, allo stabilirsi del legame di coppia e alla costruzione del nucleo familiare. Ogni emozione ci predispone all’azione in modo caratteristico; ciascuna di esse ci orienta in una direzione già rivelatasi proficua per superare le sfide ricorrenti della vita umana, situazioni cicliche che si ripetono all’infinito nella nostra storia evolutiva.

L’emozione è una strategia evoluzionisticamente vincente per rispondere in modo rapido a situazioni rilevanti per l’organismo”
(Adenzato e Meini, 2006, Psicologia evoluzionistica, Bollati Boringhieri)

Il valore del repertorio emozionale ai fini della sopravvivenza trova conferma nel suo imprimersi nella nostra struttura neurocognitiva, come bagaglio comportamentale innato: in altre parole, nel fatto che le emozioni finirono per diventare tendenze automatiche del nostro cuore.

Ed è questo il motivo per cui a “La scuola dei Campioni” siamo costantemente impegnati a sviluppare l’intelligenza emotiva dei nostri ragazzi, in armonia con la parte più razionale del carattere di ognuno di loro.

Edoardo Procacci

Fondatore e CEO de La Scuola Delle Idee

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